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Giugno 18, 2026Giugno 21, 2026

Bassa produttività e bassa natalità: due facce della stessa medaglia?

La punta di un iceberg che blocca il futuro dei nostri territori. Cosa c’è sotto la superficie di un Paese bloccato da trent’anni 

“Italia ri-produttiva”: è questo il titolo del tema affrontato a Rieti per sciogliere i nodi strutturali dell’economia italiana. La nuova ricerca del GSSI de L’Aquila presentata durante il Tavolo Nazionale della Produttività, propone un nesso causale tra la bassa produttività delle nostre PMI e la bassa natalità del Paese. 

Rieti, 17 giugno 2026 – Rimettere la produttività al centro dell’agenda politica e sociale italiana partendo dal suo centro geografico e simbolico, l’Umbilicus Italiae. È stato questo l’obiettivo del Tavolo Nazionale della Produttività, svoltosi il 16 giugno scorso a Rieti presso lo spazio “100×Centro”. L’evento, promosso dal Centro Studi ProduttivItalia, ha riunito politica, istituzioni, imprese, corpi intermedi e mondo accademico per discutere un piano d’azione concreto sul futuro economico dei territori. 

I lavori hanno preso le mosse da una profonda dicotomia di fondo che caratterizza l’Italia: un Paese che possiede una densità di valore straordinaria sotto il profilo delle risorse naturali e storiche, della cultura e della biodiversità, ma che da trent’anni si trova intrappolato in un vicolo cieco strutturale. Quattro crisi finora trattate come compartimenti stagni: crescita della produttività aziendale ferma quasi allo 0% dal 1995, un tasso di fecondità tra i più bassi d’Europa (1,18 figli per donna nel 2024 contro una media UE di 1,34), salari reali calati del 3% dal 1990 e un debito pubblico da 3.112 miliardi di euro che costa 100 miliardi l’anno di soli interessi. 

La ricerca GSSI: “Quando la produttività frena la natalità” 

A scardinare l’approccio tradizionale alle politiche pubbliche è stata la presentazione in anteprima della prima delle sette ricerche scientifiche avviate dal Centro Studi con primari istituti universitari italiani. Lo studio “Quando la produttività frena la natalità: il caso delle mPMI in Italia”, realizzato in collaborazione con il GSSI – Gran Sasso Science Institute de L’Aquila, ha analizzato 6.828 comuni italiani e 51.447 osservazioni tra il 2015 e il 2022. Attraverso una rigorosa strategia a variabili strumentali volta a isolare la direzione causale dei fenomeni, la ricerca ha dimostrato che la produttività delle micro e piccole imprese influenza direttamente l’indice di fecondità comunale. I dati indicano che per ogni incremento di 1.000 euro di valore aggiunto per lavoratore nelle mPMI, si registra un aumento del 2% della fecondità nell’anno successivo, con un impatto ancora più evidente nei comuni periferici. Al contrario, l’analisi evidenzia come la sola disponibilità di servizi per l’infanzia (asili nido) non risulti statisticamente sufficiente a spostare i tassi di fecondità se manca una base di stabilità economica e qualità dell’occupazione per i giovani adulti. 

La visione strategica e il manifesto di policy 

«La produttività non riguarda solo le macchine o i processi, ma riguarda come lavoriamo insieme, come comunichiamo e come costruiamo valore collettivo. È il primo vero problema sociale del nostro Paese. Parlare di produttività significa affrontare i nodi che pesano sulla vita delle persone: i salari reali, l’emigrazione dei giovani e il futuro del lavoro. Esiste un disallineamento profondo tra il mondo di che gestisce la tecnologia e la finanza e il mondo di chi produce ogni giorno sul territorio, prima causa della bassa produttività», queste le parole di Marco Travaglini, Presidente del Centro Studi ProduttivItalia.

Nel suo intervento, Travaglini ha sottolineato come la produttività debba essere liberata da una lettura esclusivamente tecnica e restituita alla sua dimensione sociale. Non si tratta soltanto di macchine, processi o indicatori aziendali, ma della capacità di un Paese di organizzare meglio il lavoro, far crescere il valore aggiunto, sostenere i redditi, trattenere i giovani e rendere nuovamente possibile progettare una famiglia. In questa prospettiva, il nodo italiano non riguarda soltanto la quantità di lavoro prodotta, ma la qualità del valore generato dai territori. Per questo, secondo Travaglini, occorre superare sia il modello economico “a goccia”, che confida nella ricchezza destinata prima o poi a ricadere verso il basso, sia un’impostazione puramente redistributiva. La priorità è aiutare imprese, produttori e professionisti a creare più valore, più competenze, più autonomia e più capacità competitiva. 

Il confronto ha poi allargato il campo alle condizioni sociali, economiche e culturali che rendono possibile o impossibile questa crescita. Il tema del lavoro femminile è stato introdotto dall’Onorevole Camilla Laureti, membro del Parlamento europeo, che ha richiamato il peso delle disuguaglianze di genere, il divario occupazionale che separa l’Italia dalla media europea, la carenza di servizi di welfare e la distribuzione ancora squilibrata dei carichi di cura come fattori decisivi nel rapporto tra lavoro, famiglia e natalità. 

Alla dimensione sociale si è affiancata quella politica e istituzionale. Per L’Onorevole Giulio Centemero, Capogruppo della Lega all’interno della Commissione Finanze della Camera dei deputati, la questione impone di superare la gestione quotidiana e recuperare una visione di lungo periodo. Gli incentivi economici possono essere utili solo se inseriti in politiche sistemiche capaci di generare sicurezza, fiducia e futuro, anche attraverso città e territori progettati per favorire innovazione, incontri e collaborazione. 

Dentro questa idea di sviluppo, la cultura è stata indicata come una leva tutt’altro che accessoria. Corinne Baroni, Direttore artistico della Fondazione Teatro Coccia di Novara, ha proposto di leggerla come infrastruttura immateriale capace di produrre fiducia, appartenenza e desiderio di futuro. Non solo spettatori e incassi, quindi, ma qualità dei processi, delle relazioni e del valore immateriale che la cultura genera nei territori.

Il ragionamento sulla produttività è stato poi ampliato da Danilo Broggi, Manager e componente del Comitato Tecnico Scientifico del Centro Studi ProduttivItalia, attraverso il richiamo alla produttività totale dei fattori. La crescita non dipende solo dalle singole aziende, ma anche da digitalizzazione, formazione, infrastrutture e qualità della pubblica amministrazione.

La necessità di cambiare paradigma è stata rafforzata da Piero Dominici, Professore Associato presso l’Università degli Studi di Perugia esperto di teoria dei sistemi e pensiero sistemico applicati alla complessità sociale. Produttività, natalità, innovazione e coesione sociale non possono essere trattate come meccanismi lineari, ma come fenomeni interdipendenti che richiedono educazione, fiducia, cooperazione e pensiero sistemico. Anche l’intelligenza artificiale, in questa prospettiva, deve ampliare la capacità critica e non semplificare il pensiero. 

Sul piano territoriale, Claudia Chiarinelli, Assessore allo sviluppo economico del Comune di Rieti, ha portato l’attenzione sulla necessità di una visione cittadina non prigioniera del consenso immediato, interpretando la vicinanza di Rieti a Roma come un’opportunità e non come una dipendenza. La natalità, ha evidenziato, non può essere spiegata solo con variabili economiche.

In questa stessa direzione si inserisce la proposta di Mauro Antonini, Responsabile Attività Produttive della Lega a Roma, che ha indicato nel “reddito di natalità” una possibile misura di sostegno concreto e continuativo alle famiglie. L’obiettivo è rendere più sostenibile la scelta di avere figli e contrastare lo spopolamento, rafforzando la permanenza delle famiglie nelle comunità locali.

La produttività come oggetto di ricerca e non solo come dato statistico è stata al centro del contributo del Professor Alessandro Giudici, Ordinario di Strategia Aziendale (Full Professor of Strategy) e Preside della Facoltà di Management presso la Bayes Business School. L’Italia, fatta di sistemi imprenditoriali iperlocali molto diversi tra loro, ha bisogno di politiche differenziate e di strumenti capaci di aiutare le imprese ad attrarre talenti, innovare e crescere.

La trasformazione digitale è emersa come una delle condizioni decisive per questo salto di qualità. Gabriele Ferrieri, Presidente ANGI, ha richiamato il divario italiano negli investimenti in ricerca e sviluppo e la necessità di mettere i giovani al centro dei processi imprenditoriali. Innovare significa anche contrastare la fuga dei cervelli, favorire il ripopolamento dei territori e rendere la pubblica amministrazione più semplice, veloce e vicina a chi crea impresa. 

Il legame con l’economia locale è stato riportato al caso reatino da Marco Pezzopane, Presidente del Comitato Piccola Industria di Unindustria Rieti, che ha indicato nei settori a maggiore valore aggiunto, come energia, manifattura farmaceutica e chimica, possibili traiettorie per invertire il trend negativo di sviluppo. 

Anche il mondo delle professioni è stato letto attraverso la stessa lente. L’avvocato Italo Carotti, Tesoriere del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Rieti, ha richiamato il calo del numero degli avvocati a Rieti e a livello nazionale, sottolineando che il problema non riguarda soltanto il reddito medio, ma il margine e il valore aggiunto prodotto. Tecnologie e intelligenza artificiale possono ridurre tempi amministrativi, standardizzare procedure e liberare energie per attività più qualificate.

Il tema dell’innovazione tecnologica è stato poi ricondotto alla qualità dei dati e alla governance da Alessandro Bonifazi, ricercatore. Nei territori complessi come l’Appennino, la sfida non è soltanto adottare nuovi strumenti, ma costruire modelli capaci di superare frammentazioni e confini amministrativi.

In chiusura, il richiamo alla formazione e al ricambio generazionale è arrivato da Cosimo Dinoi, Presidente della Confederazione AEPI, che ha sottolineato l’esigenza di allineare corpi intermedi e associazioni per rafforzare imprese e professionisti.

Il senso del percorso è stato infine raccolto da Marco Travaglini, che ha ringraziato i partecipanti e richiamato il valore dell’incontro come primo passo di un lavoro più ampio. 

Per questo, il lavoro avviato dal Centro Studi ProduttivItalia punta a costruire una nuova alleanza tra istituzioni, università, imprese, professioni, cultura e comunità locali. Per trasformare la produttività da parola tecnica a progetto sociale. 

Verso un documento strategico per il Governo 

L’8° Tavolo (Nazionale) della Produttività non si esaurisce con la giornata di lavori. I dati emersi dallo studio GSSI, uniti ai contributi degli altri sette filoni di ricerca in cantiere (che toccano temi cruciali quali la sicurezza sul lavoro con La Sapienza, la digitalizzazione con il Polimi, la produttività nel mondo dei servizi con l’Università del Molise e l’innovazione con l’Università della Tuscia), confluiranno in un documento strategico finale. L’obiettivo dichiarato da ProduttivItalia è consegnare alle istituzioni e al prossimo esecutivo un piano d’azione interamente basato su evidenze scientifiche e dati empirici. Il Tavolo si è concluso richiamando una celebre riflessione di Sant’Agostino: “La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno per come stanno le cose e il coraggio di cambiarle”. Dallo sdegno per i dati della stagnazione trentennale, il Tavolo di Rieti ha scelto di proporre il coraggio di un programma concreto.




Contatti
https://www.produttivitalia.org
info@produttivitalia.org

Video evento:
https://www.produttivitalia.org/tavolo-nazionale-della-produttivita/

Pagina ricerca
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